IO E IL MIO CUORE, STANOTTE

 

Sekhmet

Stanotte, dopo aver vagabondato a lungo, sono giunta davanti al Malasorte.

Il luogo dove ognuno vede e incontra ciò che vuole.

Cosa vedo io..?

Mah, per ora entro...ah, ecco: mi siedo in quella poltrona rossa, sì, quella nell'angolo...

Ho sempre adorato gli angoli, dove posso sedermi ad osservare, in silenzio. Osservare tutto, anche i particolari, le sfumature. Gli spigoli.

Avrei voluto portare il mio gatto, e lasciarlo a guardarsi intorno coi suoi occhi diretti e un po' inquietanti... ma è troppo nero per portarlo fuori di notte, e troppo irrequieto per questa bella poltrona.

Sono qui col mio cuore, anche lui un po’ agitato.

 

Mi viene in mente Carmilla, ho sempre sperato d'incontrarla, fin da quando ho letto la sua storia, tanti anni fa...e magari un giorno la incontrerò davvero, da qualche parte...e forse non la riconoscerò neanche, perché l'immagine che mi sono fatta di lei non corrisponde a quella da lei creata. E' probabile che sia così.

 

Intanto resto seduta qui, a far vorticare i pensieri, come le palle di un giocoliere distratto.

Ripenso alle sue mani, le sue mani precise e veloci quando lavora, le sue mani che compiono gesti, movimenti, carezze...che io non posso cogliere, afferrare, gustare. Le sue mani che sono ancora troppo distanti dalle mie.

Chissà che effetto mi farebbe vederla entrare qui...!

Di certo il cuore trasalirebbe facendo un gran fracasso...e la lingua si attaccherebbe al palato, irrimediabilmente incollata...e gli occhi correrebbero su di lei, per percorrerla tutta. In modo evidente, troppo.

Potrei parlarle, certo, con parole tangibili (non con quelle effimere che abbiamo usato finora) e dirle ciò che sento, come ho immaginato di fare...ma è ancora presto per le mie parole troppo sincere. Non è il momento.

"Bisogna adeguarsi al momento", ha detto una mia amica. Ne ho parlato con il mio cuore e abbiamo deciso che è giusto.

Adesso però siamo stanchi entrambi. Ci costa fatica disciplinarci, ci costa fatica perché lei ci ha stregati subito, dal primo istante.

Ma è bello sprofondare, stanotte, in questa poltrona rosso sangue, mentre la testa mi scivola pian piano verso la spalla destra.

Da domani il mio cuore sarà più discreto, sarà un modello di discrezione! Tirerà avanti, senza osservarla troppo a lungo, senza pronunciare il suo nome. Le darà tutto il tempo di cui ha bisogno per abituarsi a guardare le cose da una nuova prospettiva, da quella prospettiva che l'attrae e la spaventa. Quella da cui ha visto me. Saprà rispettare i suoi tempi, me l’ha promesso. E so che quando promette lo fa seriamente, con impegno.

 

Un giorno la porterò al Malasorte, per mostrarle la poltrona su cui mi sono seduta stanotte, insieme al mio cuore, mentre la pensavamo, stanchi dalla giornata e dall'attesa di lei.

Un giorno rideremo dei dubbi e delle distanze, che sembrano sempre voragini

e invece non sono altro che lame di coltello.

Per ora attendo, insieme al mio cuore.

 

Ecco, ora si è quietato...sta scivolando nel sonno, lo sento...non posso svegliarlo; lo lascerò riposare qui fino a domattina.

Tanto ormai è tranquillo, silente. Rannicchiato nel suo angolino, non darà fastidio. 

 

civviè

Benvenuta Sekhmet,

quella poltrona rossa ha una storia, e ora un'altra si è aggiunta.

All'inizio nessuno voleva metterla, ma poi l'Ostessa deve aver suggerito che all'entrata avrebbe fatto la sua figura, invitante di riposo.

Dev'essere un momento d'accoglienza generale,in fondo il Mala era nato per questo, qualcuna diceva che era morto... per me erano le persone che lo frequentavano ad essere stanche, ma nessuna, o meglio poche, erano restate a curare l'entrata. Anche io son andata via per un po’.

Ora sono al piano di sotto, se ti va passa. C'è il giardino con le sue pietre, me le son scavate con tanto di parco dei mostri e giardino dalle mille e una notte...

C'è qualcuna che cerca Alice,e le tracce che furono...tu stai sulla poltrona, l'aperitivo te l'ho portato.

Benvenuta,

col tuo cuore appoggiato sulla spalla e su questa poltrona.

 

Sekhmet

 

Grazie Civviè...la tua accoglienza ci fa un enorme piacere. E l'aperitivo era ottimo! E te lo dice una che beve quasi soltanto acqua, quindi... 

Sono tornata a recuperare il mio cuore… era lì con l'aria un po' ironica, perché ci ho messo troppo a tornare. Ma dice che qui si è trovato benissimo, per cui non era affatto arrabbiato.

Sarei dovuta tornare prima, ma parecchie cose mi hanno tenuta lontana da questi luoghi.

Sono andata da lei in punta di piedi, so di aver rotto la sua corazza, con un po' troppa energia, forse. Me ne sono dispiaciuta, per questo mi sono tenuta alla larga. Ma lei mi ha chiamata, ed io sono corsa, piano piano e senza il mio cuore, proprio per non fare troppo rumore.

Lui, però, ha sentito comunque... ho udito da lontano un sobbalzo, una specie di singhiozzo soffocato, la gioia di percepire ancora la sua presenza nella mia, nella nostra vita.

Ed ora...eccomi di nuovo qui, su questa splendida poltrona.

Impossibile non ripensare a come eravamo vicine... ma ora devo distogliere i pensieri, devo distrarre il mio cuore perché l'attesa non diventi troppo pesante.

Lo porterò a fare un giro, in questa giornata libera, tutta per me. Gli lascerò scegliere la destinazione; oggi mi va bene qualunque cosa.

Ma prima scendo al piano di sotto...vediamo chi incontro in giardino...

 

civviè

ma guarda!...la poltrona è vuota...ora che sono salita io dal giardino , tu mi dici con questo biglietto che sei scesa...è proprio una questione di tempi a volte!!

Come hai fatto ad andare senza cuore?Come hai fatto quello che ho fatto?

No,lo credo non sia arrabbiato,visto che deve essersi tolto di mezzo prima ancora che tu glielo chiedessi...ma non è senza conseguenze questo distacco tra il cuore e la volontà...è restare centrati su una poltrona rossa ad aspettare che qualcunA si ricordi di chiamare ANCHE il nostro cuore.E' rinunciare a mettere il tutto di noi solo perché qualcunA non ce lo chiede...eppure è quello che volevamo: d'esser desiderati con il tutto di noi appresso...

Ma ti lascio questo bicchiere d'acqua sul tavolinetto marrone accanto: l'hai vista la RIVISTA? Lo so si farà calda prima che tu risalga,ma accetta il gesto da chi è immerso a scavare giardini di meraviglia personale nella polvere rovente...

Ieri ero salita un attimo perché sulla poltrona rossa comunque m'era parso di vedere un segno rosso,ma di una tinta più scura... e m'era parsa la solita macchia di sangue(sai con tutte le donne che girano qua dentro).

in effetti non m'ero sbagliata di molto...

 

 

 

GUEST

 

k@therine

una stanza senza spazio per una donna fluida. sparsa. una donna a gocce. ha abitato stanze solide, le ha avvolte, inumidite, ma è rimasta la stessa donna. senza peso. una stanza al primo piano, vicino all’uscita di sicurezza. adora l’omino bianco su sfondo verde in fuga. non ha bagagli, solo vestiti leggeri, estivi in una piccola borsa. non la disferà, non è casa sua. è di passaggio. questo è l’unico hotel aperto in una città invisibile,o forse è l’unico hotel e basta. chi si contenta gode. e hanno goduto molti corpi su questo letto consunto, duro, indifferente. come i sedili dei treni. tanti passeggeri, tanti possessori, nessun proprietario. cerca di rimbalzarci sopra per saggiare le molle come farebbe un bimbo. la lavatrice ha sciacquato ogni odore dalle lenzuola. come in ogni hotel il copriletto ha motivi opprimenti. li scorre con le dita. dalle tende un forte odore di nicotina. si sparge stanca sul letto. una donna postmoderna. per questa stanza non si può certo pagare...

 

carmilla

Ah le Donne Postmoderne!

Raramente saldano i conti tanto meno quelli con la loro postmodernità! E pensare che è un bene di consumo, la postmodernità, come un supplemento intercity, e le postmoderne non lo pagano mai.

Qualunque scusa è buona, poi, per non pagare nemmeno il conto della stanza che stanno occupando...

 

Una stanza senza spazio? è come dire una donna senza tempo; ma a lei non interessa, l'importante è richiedere qualcosa di cui poi si possa pentire.

 

E come se fosse facile, poi, oggigiorno, trovare dei copriletto con motivi opprimenti! tutto è così leggero, tanto più i tessuti d'arredo. Ah! non ci sono più le perversioni di una volta, tutto è così facile, adesso.

Almeno apprezzare la fatica che impiega Fanny Miss Wilmot per lavare odori e umori da lenzuola e conigli.

È passato molto tempo da quando c'erano donne che mi chiedevano "Una Stanza da Letto Indifferente, ma mi raccomando: che le lenzuola portino l'odore di chi ci ha goduto, e l'umore di chi ci ha dormito" Ora al Mala Sorte propendiamo per l'anonimato di odori, amori e lenzuola.

 

Sarà difficile togliere anche il suo odore da queste lenzuola?

 

Questa Donna Fluida sarà come i sedili dei treni, che viaggiano in una vita tra stazioni, e come meta hanno il prossimo viaggio; tante passeggere e nessuna proprietaria. Oggi le donne non appartengono più a nessuno, o vorrebbero fosse così, e dicono di non appartenere nemmeno a loro stesse, quando devono scappare via come l'omino bianco su fondo verde.

 

Non sarò certo io a scagliare la prima pietra, io che trascorro ogni notte in una stanza diversa; ogni notte come fosse un'idea balzana, ma le idee balzane rimbalzano qui, le parole anche... e questo rumore di molle? anche la Donna Postmoderna rimbalza sul letto.. beh, credevo fosse sola, dovrò dire a Fanny di aggiungere al conto della Donna Sparsa (da chi?) l'uso doppio di una stanza singola, se esce sempre come la Stessa Donna, domattina, dalla stanza del primo piano, il Primo Piano dei Mutamenti; spero non evapori via, la Donna a Gocce, qui fa caldo, e i conti sono perennemente in rosso. Sangue.

 

 

LETTERA DALLA STANZA DISTANTE

 

carmilla

alle volte vorrei scriverti come sei.

ma tu non dovresti risentirti per quelle parole.

 

vorrei scriverti della tua intensità, della tua inquietudine, della tua enigmaticità, della tua sfuggevolezza.

del tuo bisogno di chiarezza, di porre punti fermi attorno ai quali nuotare, forse fuggire...

forse restarmi accanto.

della tua cocciutaggine,

della tua avvenenza, che sta esattamente dove non sai.

della tua deliziosa e detestabile vanità infantile.

delle tue labbra infervorate che mi parlano, dei tuoi baci di donna che mi accompagnano nel sonno, e al risveglio mi attraggono a te, prima che possa importi i miei confini.

del tuo sesso che mi inebria e mi trasforma in un animale voglioso. femmina, felino, caimano.

...

del tuo appetito di me e di quello che ti cucino, che mi lusinga ampiamente.

delle tue parole che ascolto chiudendo gli occhi, durante la notte.

di come mi lasci giocare, di come ridi delle scemenze che invento per te.

dei tuoi occhi di bambino, che si è perso accanto a me.

dei tuoi capelli che restano nel lavandino e sul pavimento del bagno, dopo la tua partenza.

della precisione del tuo pensiero,

dell'indeterminatezza dei tuoi presentimenti che mi sfiorano l'orecchio.

dei tuoi sentimenti, che non so come avvicinare.

sei penetrante e appassionata.

alle volte vorrei scriverti come sei,

e dirti che mi spaventa la nostra lontananza.

forse un giorno ti ferirà, e te ne andrai.

con la tua delicata dolcezza.

con la tua furia di gatta delusa.

...

la distanza non è fatta solo di chilometri. ma di difficoltà e di altri doveri, altri impegni.

la quotidiana sopravvivenza.

la mia stanchezza di un'esistenza così pesante e alla fine dei conti così poco soddisfacente.

l'angoscia della precarietà di tutto; la tristezza dei giorni neri.

l'afflizione per la stesa lontananza, che mi fa dubitare del senso della nostra relazione:

lo spazio e il tempo sono necessari, non li si può eludere.

e lo scapicollarsi su treni, la fatica di vedersi come fosse domenica ogni volta, hanno un costo che forse non conosci.

la quotidiana assenza tra un incontro e un altro;

la presenza artificiale di una telefonata, di una lettera:

la maggior parte del nostro tempo è un'attesa,

la nostre principale occupazione è custodirci per l'altra.

eppure.

eppure mi manchi e ti vorrei qui vicino a me.

quante volte ce lo diciamo; forse non dovremmo.

e la tua delusione quando non ti dico che verrò a trovarti...

non so, tesoro, mio dolcissimo tesoro, mi gatto randagio, mia femmina smaniosa.

mia lontanissima amata.

non so, sono qua, ti attendo.

ogni tanto verrai, ogni tanto verrò.

tu avrai pazienza, io avrò pazienza?

oh, adesso sì, ma quanto dura la pazienza?

alle volte vorrei scriverti come sei.

ma tu non dovresti risentirti per quelle parole.

potresti far conto di non averle lette;

io di non averle mai scritte.

 

Bludevil

Dalla stanza della lontananza ti scrivo.

Ti ho amata tanto. Di un amore disperato, totale, dannoso, tenace. Testardo.

Ti ho cercata, ho cercato di starti vicina.

Ho dei grossi rancori, nei tuoi confronti, e nei miei: penso ancora di avere sbagliato qualcosa, di averti persa per una mia incapacità di tenerti, di farti mia sul serio.

Sono passati due anni. Due anni da tutto. Manca solo un mese e saranno passati due anni anche dagli insulti, dalla ferocia, dall’odio viscerale, tanto più forte perché il mio amore per te era così profondo.

Avrei fatto qualsiasi cosa per te. E tu lo sai. Ne ho fatte molte di cose per te. Ma non ti capivo, non sono riuscita a capirti.

Né a delineare il tuo sguardo, a cogliere i confini delle tue paure, a prevenire i tuoi pensieri folli e tristi: non sono riuscita a farmi carico delle tue angosce, e così non ho superato nemmeno le mie.

(Eri il mare, ti dissi, ed io la terra a darti forma e limiti. Mi lambivi e lusingavi con la forza della tua passione mentre placavo in parte le tue ire contro te stessa). Mi ero imposta un compito gravoso e fallimentare sin dall’inizio. La mia presunzione è stata punita. Ed è così che ci siamo perse.

Sono passati due anni da tutto: fra poco più di un mese saranno passati due anni esatti dalla nostra lite furiosa, da tutto il veleno che ci siamo sputate addosso. Dalla tua titubanza, dalla tua incredulità di fronte a qualcosa più grande di noi. Nel bene e nel male. Perché davvero non posso credere che ti sia capitata di nuovo una storia come la nostra. Un amore così dannoso.

Anche senza parlare io e te ci capivamo. Anche senza guardarci io e te non ci siamo mai capite. Hai agitato in me spiriti sopiti, li hai risvegliati ed essi ancora mi perseguitano: hanno le tue sembianze, fattezze di morte e disperazione e mi vengono a trovare di notte, nei miei incubi più orrendi che hanno sempre te come protagonista, da due anni a questa parte.

E così il tempo passa: mi illudo - e lo ripeto a chiunque me lo chieda, con sguardo stupito e imbarazzato - che il tempo non passi invano. Il tempo aiuta a far sbiadire i fantasmi, mi inganno. Il tempo mi permetterà di vederti da lontano. Lontana nel tempo e nello spazio. È tutto falso. Favole per bambini!

Ora sono passati quasi due anni da tutto: dall’ultima volta che ti ho vista, dall’ultima volta che ci siamo abbracciate, dall’ultima volta che mi hai sussurrato frasi sconnesse che il giorno dopo sicuramente ti saresti rimangiata, ne ero già sicura (vieni a vivere con me, ti amo), e che hai inevitabilmente smentito come fossero blasfemie e tu un Dottore della fede a difendere il Sacro Verbo.

Il tempo ci allontana, mi dicono. Ti perdo un frammento alla volta, un giorno dopo l’altro. Come non ti ho persa quasi due anni fa.

 

astrea

La Stanza della Lontananza è tra quelle che costano più care.

Mia gentile amica, non ne vuole vedere altre prima che faccia portare qui il suo bagaglio....va bene, non insisto oltre. Non dica poi, ora di pagare il conto, che non l'avevo avvertita.

Prevede una lunga permanenza? In tal caso potremmo forse prevedere delle condizioni speciali per rendere il suo soggiorno, per quanto possibile, più piacevole... sempre entro i confini del lecito, ça va sans dire, ma ne riparleremo quando si sarà riposata.

Ezra, porta qui il baule della signora, svelto, dannazione! Sì, d'accordo, è un po' pesante, ma meno di altre volte.

A più tardi per un drink di bentornata all'AmericanBarr?

 

fanny

maledetto coniglio... non c'è mai quando invece ci sono pesi da portare... lo sapevo, pure con la agenzia appena aperta mi tocca fare la cameriera, altro che relazioni pubbliche...

astrea che sei tornata per dare ordini? dammi una mano pure tu, porta almeno il beauty-case...

 

UMIDITA’ CORPOREE

 

Neve

Le lacrime asciugate dalle dita sul nascere delle palpebre morbide seguono sempre la linea ellittica delle occhiaie. Parte di viso inumidita e sfregata col gesto meccanico di un moto d'autocensura. Non sapevo a quali pensieri accompagnare il dolore. Ma più s'infittivano intorno alla mia vita, più ciascuno dei sensi si accaniva nello strozzare le intere funzioni biologiche del mio corpo, e tutto il sangue pulsava violento sulle pareti interne dell'utero, delle viscere, - viscide -, uscendo a gocce da almeno due ore. Ogni ricordo d'incompetenza, d'impreparazione, di felicità vissute con gente ormai persa scendeva veloce dagli occhi umidi lungo il corpo, fino a schiantarsi contro le viscere nella stessa potenza d'un pugno. Un pugno in pieno stomaco. Ma dentro non erano nervi, non c'era quel groviglio di tensione duro come una pietra, che di solito sembra bruciare tutto ciò che ingerisco. Dentro riuscivo a distinguere tutti gli organi dal dolore che ciascuno lanciava in su attraverso i nervi, fino al cervello che lo assorbiva e intrideva di nuovi pensieri sanguigni.

Quel che più - a volte - desidero, è asciugarlo. Proprio lì dentro. Prendere un tubo e succhiare fuori ogni impiastro umido che tiene in vita il mio corpo, in vita ma sporco.

Ecco.

Vorrei pulire l'esatto percorso del sangue dentro ogni vena, essiccare il metro d'intestino attorcigliato a residui di cibo ingerito da giorni, vorrei gomma al posto del cervello. Mentre quel che posso fare è solo mangiare Pane. Pane asciutto che assorba parte di quei liquidi gastrici, e distragga parte di quel sangue impazzito e violento in una breve digestione.

....Eppure...

..Se mi nascondo per un attimo che non sono più la "sua" donna, pensare all'umido delle sue labbra nei nostri baci, alla sua lingua che bagna il mio collo, pensare al sudore del suo accaldarsi sotto di me, agli umori del sesso attraverso la pelle.... tutto questo mischiato alle mie umidità mi dà il senso del perfetto compimento dell'Amore.

Ecco.

Forse mi è chiaro il senso di questi dolori, del trasudare di pelle e organi che stillano acidi e sangue... E mentre ne ricordo e assaggio la perfezione, forse è un'altra donna ad assorbire i suoi umori, e nuovamente il mio sangue in eccesso contorce a vortice l'utero spastico, e tutta la vita di questi liquidi non mi serve più a niente.

 

SOLO UNA NOTTE

 

Bludevil

Mi guardi senza parlare. Perché? Mi scruti, con fare irriverente e sfacciato. Sai di farmi arrossire, se insisti. E di proposito insisti.
Mi guardi ancora e intravedo un sorriso, solo accennato. O è la mia immaginazione. Un breve giro turistico della città. Andiamo da me, mi hai sussurrato.
Non riuscivo neanche a sfiorarti le mani, non riuscivi a sfiorarmi, mentre camminavamo. Il tragitto è stato una tortura, nonostante le risate per spezzare la tensione, i giochi pazzi, il nasconderti e ricomparire dietro l’angolo, giusto per smaltire un po’ di quell’ottimo vino che mi ha fatta ubriacare.
“Fa’ come fossi a casa tua”. Metti un cd, una musica bellissima che da oggi in poi, inevitabilmente assocerò a te, a questa serata, a questa notte che sta per arrivare, finalmente. Mi presti il tuo pigiama: non portare bagagli, mi hai detto, lascia tutto a casa, anche la tua voce, mi hai detto, anche i tuoi occhi, le tue mani, la tua bocca. Ho portato solo quelli, ti ho risposto. E niente altro. Prestami un tuo pigiama. Prestami un po’ del tuo letto, stanotte. Prestami un po’ di te. E vediamo che succede. Sei premurosa: mi avverti già che sei premurosa con tutte. Ma non allo stesso modo, mi spieghi. E sorridi con malizia. Quando chiudi la porta, mi sembra che il mondo sia tutto chiuso qui dentro, qui con noi. Noi.
D’improvviso, il vino e la tensione fanno effetto e mi addormento quasi, mentre ti aspetto. Realizzo in una frazione di secondo che dormirò nel letto di una semisconosciuta… ma poi non ci penso più. Hai freddo? Sentirai freddo? Vuoi altre coperte? Strano che di questa stagione faccia così freddo. Da che parte preferisci dormire? Le tapparelle alzate perché ti piace la luce dei lampioni nella stanza. Una candela per creare atmosfera. E perché so, adesso so, che ti piace guardarmi. E ancora il cd che suona. E ancora lei che canta: canta di amori che vanno lontani, di ritorni, di dolori, di dolcezza. Allora, buonanotte. Scivoli accanto a me, nel letto troppo piccolo per tutte e due, e ti accosti per un dolcissimo bacio della buonanotte. Il contatto così ravvicinato mi riaccende. Mi sembra un sogno e invece sono del tutto sveglia ora, ché finalmente posso sentirti vicina, quasi addosso.
E ogni cosa ha inizio. Un incanto. Non posso smettere di baciarti. Non puoi smettere di baciarmi. Un’ondata improvvisa che fugge tutti i pensieri. Nella fioca luce della candela, vedo la sorpresa come un lampo guizzarti negli occhi. E immagino che tu vedrai la mia. Per tutta la notte non farai altro che mangiarmi, mordermi di gusto, assaporarmi, chiedermi, supplicarmi, concedermi: ogni centimetro della tua pelle l’ho conquistato, l’ho posseduto, l’ho voluto. Ogni centimetro della mia pelle te l’ho concesso. Scavi in profondità, alla ricerca di chissà quale segreto. E le innumerevoli volte che mi hai trovata, non ho potuto neanche concedermi il lusso di gridare il mio piacere: posso soltanto soffiartelo nella bocca, sulle mani caldissime che non mi danno tregua, e che chiedono sempre di più. E con un sibilo mi induci in altre tentazioni: “cercami”… sussurri, “trovami, fammi tua”.
Lo farò, lo farò: stanotte farò tutto quello che vuoi, sarò come tu mi vuoi, per questa notte, mi concentro e ti dono tutto di me. Solo per stanotte. Solo una notte. Poi chissà…