Appassionate, coraggiose, ardite, audaci, a volte anche sfrontate e spudorate: così ci giungono le quattrocento autrici che hanno aderito a questa iniziativa inviando testi poetici erotici. Ebbene sì, ancora oggi, ci vuol coraggio a parlare di eros, di sensualità, di carnalità senza essere considerate non idonee al sistema imperante delle convenzioni. I novantanove testi selezionati, e amorevolmente raccolti nell’antologia, sono la voce delle donne che, in versi, si narrano esprimendo ardori e pudori
Assunto dall’onirico o sperimentato nel reale, è l’eros che muove la penna delle autrici: dapprima intinta nel calamo dei sensi, poi deposta sul talamo del desiderio, ascoltato, raccontato, goduto e, se è vero che, come scrive Emily Dickinson, “una parola comincia a vivere quando è pronunciata”, allora scrivere d’eros ne attesta l’esistenza; l’eros è riconosciuto dalla donna, risiede nelle pieghe del suo pensiero e lo libera, in questo caso attraverso la poesia, modulando la sensualità lungo le curve della pelle. “Scuote l'anima mia Eros / come vento sul monte / che irrompe entro le querce / e scioglie le membra e le agita, / dolce, amaro, indomabile serpente” (Saffo).
Sotteso a giochi voluttuosi e passionali, un componente emerge nitido e costante: il coinvolgimento amoroso: della donna, compagno indissolubile, meraviglioso e terribile.
Ecco allora che il linguaggio femminile di eros non rimane fine a sé stesso, aspira al dialogo verbale, oltre che corporeo, suona in invocazione costante, affamata, a volte tragica, silenziosa voluttuosa preghiera, fortemente intrecciata con la quotidianità, con il lavoro domestico, con le imprese manageriali, con le incombenze materne, con la necessità del fare. L’operosità delle donne è incessante, ma spesso riesce a custodire in sé il desiderio di coltivare e proteggere la propria animalità e l’umida interiorità umana, entrambe feconde. re.
Lo sussurrano con il mormorìo notturno di una madre che canta per addormentare il figlio. Lo gridano nella disperazione di un abbandono. Lo nascondono per pudore o vittime di millenari sensi di colpa, attraversando con titubanza la soglia della dichiarazione. Lo cantano quando sono all’apice della felicità, reduci da notti indimenticabili e da fughe senza reali e completi ritorni. Lo navigano sommerse da problemi, affanni, lacerazioni, segretamente, intimamente contro gli occhi del mondo. Lo pretendono, arrabbiate, rivendicando il diritto al piacere e alla gioia.
Ho immaginato le autrici nel momento in cui hanno ricevuto l’invito a scrivere, in cui hanno scartabellato tra versi scritti o tra pensieri ancora in embrione. Le ho intuite quando con emozione hanno digitato su un’anonima tastiera i loro palpiti sensuali, le carezze proibite, i tabù infranti e i desideri ritenuti più scabrosi.
Le ho viste di fronte ad un computer proiettando il loro segno femminile. E le ho sentite ciascuna non isolata, separata, dal resto delle problematiche terrestri. Al contrario. Proprio perché cosciente e dolente di tanta sociale e politica gravità, scrivere amore è sguainare non la spada ma uno strumento diverso. Potente, ancora e per sempre rivoluzionario. Antico, arcaico, come già raccontava Anne Sexton nella sua poesia Canto di luna, canto di donna: “Vivo di notte/mi sento morire la mattina/vecchia lampa dall’olio consunta/ pallida ossuta emunta/ nessun prodigio o strabilianza/.../Io fui sempre una vergine/ vecchia e butterata /Prima che il mondo fosse, io fui.”
Non credo che questa antologia sia un libro. Ma un coro di donne che s’incammina verso l’orizzonte. Anche con le lacrime agli occhi. Qualcuna ridendo. Tutte credendo in una via altra che passa attraverso la relazione, attraverso l’amore del proprio corpo e di quello dell’altro o dell’altra.
Chiudo con i versi di Anna Maria Farabbi, incomparabile vestale dell’amore: “Non è lì/o io non la vedo/La mia poesia invece è nuda là per il campo/La festa/della povertà regina”.
Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione di questo progetto e auguro una buona lettura.
Monica