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Bruck, Edith. Lettera alla madre, Garzanti, Milano 1988
Il testo
consiste in una lettera alla madre, morta ad Auschwitz, da parte della
figlia sopravvissuta. I riferimenti lesbici non riguardano la vita del
campo, ma un'esperienza fondamentale degli anni che seguono l'internamento:
un viaggio in Germania e la visita al campo di concentramento di Dachau.
L'autrice svolge il suo viaggio a ritroso nell'incubo accompagnata da
un'amica lesbica tedesca, che viene tratteggiata come una "razzista
inconscia" perché fiera dell'organizzazione della vita
in Germania nel dopoguerra; più tenero il ritratto della sua
compagna, Barbara, che "ride contenta strofinando i suoi seni
abbondanti sulle mie ginocchia" (150). Barbara è anche,
nella coppia, la donna che ha meno problemi a dirsi lesbica e ha fatto
da molti anni un chiaro coming out.
Buber-Neumann,
Margarete. Milena l'amica di Kafka, trad. it. di C.Zaccaroni,
Adelphi, Milano 1999 ( prima ed. 1986 ), 66
Il libro narra dell'incontro
nel campo di Ravensbrück e dell'amore fra Margarete Buber-Neumann,
comunista trotzkista tedesca già internata da Stalin nel 1937,
quindi consegnata alla Gestapo nel 1940 in ottemperanza al patto Ribbentrop-Molotov
e Milena Jesenská, internata politica praghese, già amante
di Franz Kafka per un breve periodo: "Per la fretta, l'eccitazione,
e l'oscurità inciampai in un basso cespuglio e caddi fra le braccia
di Milena" (28 ). Il testo contiene molti tratti interessanti per
delineare la storia del lesbismo nei lager. Fra questi citiamo:
"Le più
diverse infrazioni al regolamento del campo come il furto, il rifiuto
del lavoro e le relazioni lesbiche erano punite con venticinque, cinquanta
o settantacinque bastonate" (270); e ancora: "Le amicizie
passionali erano frequenti fra le prigioniere politiche non meno che
fra le donne cosiddette asociali e criminali. I rapporti d'amore fra
le prigioniere politiche si differenziavano perlopiù da quelli
delle asociali o delle criminali essenzialmente perché i primi
rimanevano su un piano platonico mentre i secondi avevano un carattere
apertamente lesbico. La direzione del campo puniva queste relazioni
in modo particolarmente rabbioso. L'amore era punito a suon di bastonate.
Ricordo una scena sconvolgente. Era stata denunciata una giovane ragazza
bionda( ...). La sorvegliante Mandel voleva dare un esempio e ordinò
alla poveretta di denudarsi il busto davanti a tutte noi(...). Ovunque
i baci le avevano lasciato dei segni. Uno spettacolo spaventoso. Nelle
coppie delle asociali, una delle due donne assumeva per lo più
pose decisamente maschili, l'altra atteggiamenti decisamente femminili.
Nel gergo delle asociali, la donna maschile veniva chiamata "il
gradasso", dava molta importanza a fianchi stretti e spalle larghe,
e portava i capelli il più possibile corti. Parlava con voce
roca e cercava di muoversi come un uomo. Nel corso del penultimo anno
di Ravensbrück, quando già nel campo regnava il caos, sentii
parlare di un caso di prostituzione lesbica. Lui, o per meglio dire
lei, si chiamava Gerda, ma si faceva chiamare "Gert" e dispensava
i suoi favori a molte donne contemporaneamente. Non lo faceva per amore,
tuttavia, e tanto meno gratis. Ogni sabato e domenica le sue amanti
erano tenute a consegnare all'intraprendente Gert le loro razioni di
margarina e salsiccia, razioni che ricevevano solo a fine settimana"
(66).
D'Eramo, Luce.
Deviazione, Mondadori, Milano 1979
Deviazione
riporta forse l'unica testimonianza italiana dell'olocausto lesbico, cioè
di donne specificamente internate per questo motivo e "contrassegnate"
col triangolo rosa ( il campo di internamento dove l'autrice fu reclusa
è quello di Dachau):
"Su due pagliericci in alto vivevano tre triangoli rosa, lesbiche
danesi (o norvegesi ?) che ignoravano l'universo intero, sempre intente
a lavarsi e pettinarsi tra di loro, pulitissime per quell'ambiente,
fini, smunte, si coprivano di premure e di carezze fino a notte alta,
consumate da un ardore vicendevole che le faceva apparire felici ai
nostri occhi, al di là della fame e dalla brutalità, completamente
immerse nelle reciproche tenerezze. Interpellate, rispondevano educatamente
ma a monosillabi, affrettandosi a rifugiarsi sul loro pagliericcio.
A volte le vedevo imboccarsi a turno tutte e tre dalla stessa gavetta".
(256). E ancora:"Non ho mai litigato con quelle compagne, che
la domenica venivano regolarmente alle mani, tranne le tre lesbiche"
(257).
E 'interessante notare che Deviazione fu un vero e proprio "caso
letterario" nonché best-seller in Italia alla fine degli anni
70, ma è un testo di cui nel presente si parla pochissimo, anche
se fa eccezione lo studioso gay Tommaso Giartosio citandolo come un testo
di profondo interesse e valore nel recente e denso suo saggio in forma
di dialogo piacevole (Perché non possiamo non dirci, Letteratura-omosessualità-mondo,
Feltrinelli, Milano 2004). Il motivo di questo silenzio italiano del Terzo
Millennio, a mio avviso, potrebbe risiedere nella profondità antirevisionistica
del testo; riassumendo molto concisamente una trama complessa e disseminata
di "deviazioni": Luce D'Eramo è la figlia non ancora
diciottenne di un alto funzionario della Repubblica di Salò che,
viziata dalla propaganda fascista, decide di raggiungere l'alleata nazione
germanica per fare l'operaia in una fabbrica della I-G Farben in cui lavorano
anche gli internati del lager di Frankfurt-Höchst; qui prende coscienza
della disperata situazione paramilitare che vessa sia i prigionieri che
i volontari e organizza, insieme ad alcune compagne, uno sciopero che
viene punito con la deportazione a Dachau, dove le condizioni di vita
prodotte dalla "banalità del male" le si paleseranno
in tutta la propria definitiva, insindacabile crudezza.
Fenélon,
Fania. Ad Auschwitz c'era un'orchestra, Vallecchi, Firenze 1978
Fania Fenélon è stata una delle componenti dell'orchestra
femminile di Auschwitz-Birkenau, sottoposta direttamente all'autorità
della comandante SS ausiliaria del campo, Maria Mandel, che nel suo
operato precedente a Ravensrück si era distinta per un episodio
di repressione di atti lesbici, segnalato in Milena l'amica di Kafka
di Margarete Buber-Neumann ( vedi la voce relativa ). Numerosi sono
i riferimenti al lesbismo ad Auschwitz nel suo testo; ne citiamo alcuni:
"Qui,
l'amore è raro, come tutto il resto ( ... ) Qui non si ama, si
scopa ( ... ) Vissia, Zocha e Marila vanno a letto fra loro in una grottesca
parodia dell'amore" (98) ; oppure: "Semiassopita, sento
Marta e la piccola Irene che bisbigliano, sospirano, gemono. Per loro
è stato tutto facile e spontaneo. Florette, che è sempre
in adorazione di Irene non si rende conto:- Chissà cosa ci troverà
in quella specie di figlia di papà che si crede chissà
chi e che è piatta come un'asse. Le sta sempre attaccata, ho
persino l'impressione di essere di troppo.- Non me la sento di spiegarle
che non è un'impressione, che di lei non sanno proprio che farsene.
Florette, imbottita di pregiudizi, si scandalizzerebbe, non capirebbe"
( 155 ).
Molto citato nelle
fonti storiografiche lesbiche e gay, ma non solo, è l'episodio
della festa dei "triangoli neri", le internate asociali, eminentemente
lesbiche e prostitute:
" ( ...
) una notte straordinaria durante la quale le prostitute, dominatrici
della gerarchia femminile del campo, diedero una grande festa in proprio
onore. ( ...) alcune si erano vestite con l'eleganza vistosa con cui
osavano mostrarsi per le strade di Berlino, con biancheria intima di
pizzo nero e camiciette trasparenti, mentre le altre si erano vestite
da uomini e indossavano pigiami di seta. Dappertutto c'erano donne che
si baciavano, si abbracciavano, si accarezzavano, sdraiate sul tavolo,
scivolando sul pavimento..." ( O. Friederick, Auschwitz,
Baldini & Castoldi, Milano 1994, 77 )
Millu, Liana. Il
fumo di Birkenau, Giuntina, Firenze 1984
La prima edizione del
testo è del 1947. Si tratta del primo libro italiano di viva testimonianza
sulla Shoah la cui struttura non sia strettamente legata ad una dimensione
diaristica. Nei cinque racconti che compongono Il fumo di Birkenau
troviamo questa esplicita memoria lesbica:
"- (
... ) Se tradirò mio marito è perché gli voglio
bene , perché voglio rivederlo, farlo felice, passare con lui
tutta la vita! Mica per divertimento! Mica per un capriccio! Non ne
ho mai avuti, io, di capricci! Sono sempre stata anche troppo onesta!
Questo, tu lo chiameresti un tradimento?
- Allora fai questo sacrificio! Che vuoi che ti dica? Deciditi!
- Decidersi! Si fa presto a dirlo! Ma quando si ama un uomo come io
amo Rudi! E poi la guerra potrebbe finire da un momento all'altro! Sono
andata avanti finora, perché dovrei sporcarmi all'ultimo momento?
Ah, Dio mio, Dio mio! E' già tanto che soffriamo, perché
il Signore non ci pensa? E basterebbe così poco per salvarsi!
Sai che Mina ha cambiato "Comando"? E' in sartoria. Vive come
una signora, lei!
Allora risi, consigliando a Lise di seguire l'esempio di Mina. Perché
non provava a sedurre la grande Frau Gotti, la Capo della sartoria,
ben conosciuta per i suoi capricci lesbici? Quando Mina dormiva ancora
con noi, tutte le mattine risuonava il passo pesante di Frau Gotti che,
con un pacchetto di merenda e un lungo bacio, veniva a svegliare l'amata.
- Frau Gotti? No, no! - inorridì Lise.
- E perché no? Meglio Sergio?" (154).
Millu Liana. I
Ponti di Schwerin, Le mani, Recco-Genova 1998
Nel 1978
Liana Millu pubblica I ponti di Schwerin, scritto fra il 72 e il
74 ( Lalli, Poggibonsi; fu fra i finalisti del premio Viareggio nello
stesso anno; ristampato nel 1998 da Le Mani), storia del rientro a casa
di Elmina, alter ego della scrittrice, ma anche - in continui flash-back
sulla vita di prigionia e sulla vita infantile, giovanile e adulta prima
della guerra - tentativo di un disincantato e "parziale" romanzo
autobiografico; dimensione non presente ne La tregua di Primo Levi,
che resta legata a tempi memorialistici. I piani del presente - guerra
e dopoguerra - sono affrontati in prima persona, quelli del passato in
terza, segnando lo spazio di uno sguardo post-traumatico su un Sé
personale e storico. Anche I ponti di Schwerin contiene un significativo
riferimento lesbico, storicamente interessante perché si riferisce
a un carcere femminile situato in un territorio amministrato anche da
italiani, quello di Venezia, nell'anno 1944:
"Purtroppo,
arrampicarsi sull'inferriata era severamente proibito. Sorprendendola
alla finestra, la signora Antonia cominciava a gridare, la scuoteva
afferrandole la gonna. "Scendi subito o ti cambio cella. Ti mando
con la Matta?" Era notorio che stare con la Matta era molto spiacevole.
Prima di tutto, per il sudiciume che si portava addosso, ma anche per
l'impossibilità di stare un momento in pace. Sembrava che, borbottando
in una lingua incomprensibile, la Matta si appiccicasse alla compagna:
la poverina non poteva stare tranquilla nemmeno sul bugliolo. La notte,
era peggio. Una si svegliava con le mani della Matta che le si insinuavano
sotto e scrollarla via come una cimice la faceva imbestialire.La Matta!
Quelle mani erano forti e subito cercavano il collo.( ... ) "Non
è regolare" diceva Letizia "In una cella piccola, le
donne devono essere sempre o sole o in tre. Per evitare, capisci?"
Letizia era madre di famiglia, grande amica di Elmina, puritana. Evitava
gli argomenti scabrosi, se possibile li sfiorava con delicatezza. Inoltre,
quando capitava qualche puttanella le faceva la predica con la riprovazione
impietosita di chi prevede come sarebbe andata a finire: battuta a sangue,
sfruttata e anche uccisa. ( ... ) Tornando dalla messa, Letizia annunciava
di aver pregato anche per loro. ( ... ) " Chi s'interessa ai sporchessi
xe pronta a farli!" gridava la signora Antonia ( ... ) "chi
va col lovo impara a urlar!"
(247).
Valech Capozzi,
Alba. A 24029 , Soc. An. Poligrafica, Siena 1946
(ristampa anastatica a cura dell' Istituto Storico della Resistenza
Senese, 1995 ; prima edizione on line sul sito www.deportati.it
)
Il libro di Alba Valech
Capozzi contiene un intero, terribile excerptum lesbico:
"Vidi
le stundins accorrere verso il centro del blocco. Il blocco era grandissimo
e noi eravamo circa un migliaio. Guardai incuriosita."È
impazzita, è impazzita", udivo mormorare accanto a me, mentre
si iniziava un accorrere di tutte. Anche io tentati di avvicinarmi."È
morta, è morta", udivo mormorare. La bloccova e le stundins
urlavano e picchiavano. La confusione era enorme. Mi sentii spinta e
travolta e mi ritrovai fuori del blocco a fianco dell'ingresso.Mi appoggiai
alla parete, guardando le altre che uscivano in massa. In mezzo a loro
poi vidi, nella debole luce che veniva attraverso la porta, la Desy
e la Tina, che trasportavano il corpo inerte di una ragazza, mentre
dall'interno continuavano gli urli. Dalla porta, sorretta da due rodiote,
uscì una ragazza stralunata in viso e con gli occhi sbarrati.
"Non voglio, non voglio lasciarla! - gridava. - Anche io, anche
io!". La trascinarono via verso l'infermeria. Rimasi stordita,
appoggiata alla parete. Vidi nuovamente la Tina e la Desy, che ritornavano.
La confusione era terminata. Si udiva solo un brusio di sommessi commenti.
"Che è accaduto?" chiesi alla Tina, che aveva il viso
sconvolto. "Due ragazze di Rodi, - mi rispose la Desy. - Due amiche.
La piccola è morta stanotte e l'altra la teneva abbracciata e
non voleva lasciarla". Stetti un po' in silenzio. "Sei impazzita,
- aggiunse poi, - finirà anch'essa al forno crematorio".
Sélappèl, sélappèl! (Appello! Appello! NdR).
La voce monotona e stridula della bloccova e delle stundins cominciava
l'ossessionante richiamo per l'appello. "Anche la becchina ho fatto",
disse la Tina, pallidissima. Sélappèl, sélappèl.
Ci avviammo verso lo spiazzo. Pioveva. Un silenzio profondo regnò
in breve sullo spiazzo, mentre, ferme sotto l'acqua ed incolonnate per
cinque, attendevamo il controllo. Pensavo sempre a quelle due rodiote.
Rimasi a lungo immobile con le altre sotto la pioggia con quegli urli,
che ancora mi rintronavano nel cervello. Nessuna parlava ed io sentivo
il desiderio infinito di piangere. Trascorse ancora qualche minuto,
poi, sotto l'acqua, la voce incerta e tremante di una rodiota spezzò
quel silenzio ossessionante. La rodiota cantava."Rosamunda, Rosamunda,
tu sei la vita per me...." Una dopo l'altra, la imitammo."Sei
stonata", mormorò una rodiota al mio fianco. Alla nostra
destra continuava a fumare il forno crematorio".
Questo
documento è stato tratto dal sito elleXelle - http://www.ellexelle.com
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